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Nov
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L’ingiustizia “ferisce” ma ci si può riscattare

Dal “Secolo D’Italia” del 23/11/2011

Secolo d’Italia intervista Atzeni Pietro del 23/11/2011

L’ingiustizia “ferisce” ma ci si può riscattare Pietro Atzeni, in due libri, racconta la sua vicenda: «Ero un uomo finito, poi…»

Valentina Marsella

 

Quando la denuncia dell’ingiustizia crea un vero e proprio talento. Lo sa bene Pietro Atzeni, lo scrittore sardo che in uno dei suoi due libri, Il mistero delle 99 tavolette d’argilla rossa racconta la sua disavventura giudiziaria. Lo “scippo” della sua emittente tv, finita in mano a persone senza scrupoli che l’hanno portata giorno dopo giorno al fallimento. E a pagarne le spese, dopo quasi vent’anni, sono ancora lui e la moglie. Ma Atzeni non si definisce una vittima di errore giudiziario. Sì, ha dovuto subire un’ingiustizia e ancora oggi lotta affinché il suo processo venga riaperto per far luce sulla verità, ma lo scrittore si sente un privilegiato, perché quella lotta lo ha cambiato in meglio. Se non si fosse trovato nel bel mezzo della tragedia che lo ha travolto, oggi, forse, non sarebbe ciò che è diventato.
Questa è la storia, positiva, di un uomo che dopo la caduta si è rialzato, denunciando il malcostume di un’Italia dove il potere della politica può tutto, «anche influenzare le decisioni dei giudici», dice Atzeni, facendosi portavoce di quanti, vivendo una storia simile alla sua, non hanno saputo o potuto raccontare il dolore di sentirsi colpevoli da innocenti. Un’innocenza che l’ex comproprietario dell’ex emittente sarda Canale 60, vuole dimostrare per principio, denunciando ancora una volta di essere stato vittima di raggiri e truffe; e vuole dimostrarlo anche oggi che è ormai un personaggio noto, in un nuovo esposto che verrà presentato dall’Associazione Vittime errori giudiziari Art.643. «Il caso di Atzeni – rileva l’avvocato Valentina Di Loreto, portavoce dell’Associazione, che ha preso a cuore la vicenda – rappresenta nel vero senso della parola una rivoluzione copernicana rispetto al trend dello stato d’animo delle vittime di errore giudiziario, che spesso fanno della loro sconfitta una ragione di vita, sentendosi frustrati fino alla fine dei loro giorni. Atzeni invece è riuscito a tradurre in positivo quello che gli è accaduto, diventando così un vincitore nella vita. Forte del suo equilibrio e della sua preparazione culturale, dalla sventura ha tratto il buono, un po’ come l’Araba Fenice che è riuscita a risorgere dalle ceneri». Nel nuovo esposto, fa notare il legale, «non ci sono novità rilevanti tali da far riaprire il caso, poiché tutti gli elementi sono già stati valutati, ma ci si affida al buon senso di un magistrato virtuoso che possa rivedere con una nuova luce i punti della vicenda. Atzeni, spiega la Di Loreto, «non è una vittima della giustizia penale, piuttosto di una situazione per la quale la macchina della giustizia è stata particolarmente ingarbugliata e lenta».
Ma veniamo alla storia, che qualche tempo fa, Atzeni, ha raccontato anche in una lettera inviata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, «prendendo a spunto – scrive lo scrittore – le sue parole con le quali invita gli italiani a non abbassare la guardia nei confronti della mafia visto che come lei stesso dice, “esiste il rischio che le organizzazioni di stampo mafioso possano approfittare dell’attuale crisi per acquisire il controllo di aziende in difficoltà, con una invasiva presenza in tutte le regioni del paese”». Un problema vecchio, denuncia l’uomo, che «periodicamente ritorna di drammatica attualità». Nella lettera al Capo dello Stato, l’autore di successo, racconta in sintesi le sue vicissitudini. Nel ’90, lui e sua moglie erano comproprietari dell’emittente televisiva locale Canale 60 sas. All’indomani della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della legge Mammì due soci decisero di uscire dalla società e ne subentrarono altri due. «Pesa sulla nostra scelta – spiega Atzeni – la frequentazione del padre, un editore, con il palazzo del potere: contiamo su lui come cavallo vincente ma ci rendiamo ben presto conto che si tratta di un cavallo di troia». L’emittente diventò operativa, onorando le disposizioni di legge. Andò avanti con i problemi classici di un’azienda che si rifonda ma tutto sommato senza grandi debiti. Nell’agosto del 1991 la moglie di Atzeni si dimise da amministratore perché vincitrice di un concorso pubblico, passando l’incarico ad altri.
«E da allora è per noi iniziato l’inferno», denuncia lo scrittore, perché «dapprima il nuovo amministratore ha citato in tribunale mia moglie per appropriazione indebita di 70 milioni di vecchie lire, accusa poi dimostratasi infondata che altro non era che un contratto pubblicitario mai evaso, che assieme a tanti altri inevasi hanno portato in breve alla fame la società». Debiti su debiti, portarono il nuovo amministratore a cedere un ramo d’azienda e cioè il segnale, per 250 milioni di vecchie lire, e assieme all’etere lo stesso personale che dalla Canale 60 sas passò alle dipendenze della Editel, che irradiava i programmi col marchio Super Tv. I coniugi Atzeni si opposero, richiedendo il sequestro giudiziario, perché una simile mossa, rileva lo scrittore sardo, «significava la fine dell’emittente senza più personale né frequenza». Ma il tribunale civile di Cagliari era di altro avviso: infatti rigettò il loro ricorso, «legittimando così – sottolinea l’uomo – una transazione ottenuta con inganno che ci danneggiava due volte. Infatti, malgrado la vendita, l’amministratore continuò a usare i conti bancari della società garantiti anche dalle nostre fideiussioni, e quando le banche ci chiesero, stranamente solo a me e mia moglie, di reintegrare lo scoperto purtroppo non esisteva ormai più niente sul quale potessimo rivalerci come fideiussori».
Per i due coniugi fu il crollo di tanti sogni e progetti: Pietro passò un periodo di depressione, si sentiva vittima di un destino ingiusto. Ma quel sentimento negativo si trasformò pian piano in qualcosa di incredibile, che sarà la sua salvezza. Pietro Atzeni iniziò a scrivere, a raccontare, a stare meglio denunciando quello che gli era successo. Nel 2005 uscì il suo primo libro, Il mistero delle 99 tavolette d’argilla rossa, dove viene descritta, anche se con personaggi e nomi di fantasia, la sua storia. Ma soprattutto la storia di una globalizzazione e di una nuova economia, spiega Atzeni, che «hanno consegnato il Paese a gente priva di scrupoli». La “fanghiglia” che opprime la nostra società, torna poi protagonista nel secondo libro dello scrittore sardo, datato 2010, Le verità di fango. Enigma Rosso. Un nuovo successo a metà tra il thriller e il noir, ma con le sfumature del saggio, dove il nostro Paese viene analizzato attraverso le parole di personaggi apparentemente senza volto, sconosciuti. Persone che pagina dopo pagina assumono sembianze e un nome. Qui, c’è l’eterna guerra del bene contro il male, un male però ben mimetizzato dietro verità in apparenza positive ma utilizzate come sofisticato specchietto per le allodole dietro il quale si consuma l’inganno ai danni di una umanità distratta e impreparata, e a beneficio di una élite, con lo Stato sempre più confinato in un angolo a fare da spettatore. Dentro quelle Verità di fango c’è la denuncia di Atzeni, ma anche una possibilità di riscatto per chiunque si senta calpestato dall’ingiustizia. Lui ne è l’esempio, e scrivere è diventata la sua salvezza.

Da il “Secolo D’Italia”  Secolo d’Italia intervista Atzeni Pietro del 23/11/2011

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2 Responses to “L’ingiustizia “ferisce” ma ci si può riscattare”


  1. 1 Walter
    novembre 29, 2011 alle 7:06 pm

    Difficile ottenere giustizia dalla “casta” di giudici e magistrati attuali, che sempre più sembrano legati a dei poteri forti e non dediti all’applicazione della Giustizia nell’interesse dei cittadini.

    Con l’intervento della magistratura nel periodo di “mani pulite” è stata fatta fuori quella parte della classe politica italiana contraria alla privatizzazione e svendita dei cosiddetti “gioielli di stato” ENI , IRI etc.

    Oggi “casualmente” con l’inchiesta aperta dalla magistratura su Finmeccanica in un solo giorno le azioni Finmeccanica hanno perso in borsa il 20% del loro valore, favorendo così gli interessi dei soliti noti futuri acquirenti…………

    Non meraviglia che anche attraverso uno “strano” comportamento di alcuni giudici siano “sparite” delle TV indipendenti.

    Shardana

  2. dicembre 2, 2011 alle 9:54 am

    Ritrovare la voce che vi è stata tolta, questa è l’unica notizia lieta. I poteri sono sempre in una guerra silenziosa – di cui non si parla mai – per annientare chi non si omologa e non si ricopre del loro stesso fango


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